Alice mise da parte un po’ del suo cinismo ed andò a dormire…
Il giorno dopo tutto le sembrò un po’ diverso, lo specchio le disse che non era proprio così, ma quel giorno non le importava dei giudizi dei suoi riflessi e continuo a credere che tutto fosse un po’ diverso, giusto quel po’ per vivere.
Non erano passate nemmeno due ore e Alice era perdutamente innamorata, cotta, infinitamente persa di un paio di occhi neri e di un sorriso ebete, gli occhi per cui brillava erano quelli di Stefan.
Sapeva ben poco di lui, sapeva che aveva i denti dritti, un neo sotto la palpebra sinistra e che aveva le mani sporche di farina; d’altronde Stefan sapeva ancora di meno di Alice, in realtà non sapeva nemmeno il suo nome, di lei conosceva a malapena la sua timida voce e che probabilmente le piaceva la focaccia bianca.
< Signorina, desidera altro?>
< si… no, volevo dire no, basta così, scusi, grazie!>
ridacchiando Stefan le consegnò un sacchetto di carta con di dentro la focaccia
< sono 3 euro, e se ci ripensasse sappia che sono qui fino le 15, poi troverà solo la vecchia che vede alla cassa, non gliela consiglio, non ha occhi di riguardo con le signorina belle come lei >
Alice s’intimidì più di quanto già non lo fosse, ma il sorriso e l’occhiolino che Stefan in qualche modo le riscaldarono il cuore, ricambio con un sorriso, ringrazio e scappo via, fuori da quel piccolo forno.
Stefan mise da parte un po’ della sua stanchezza di vivere e si alzò da letto..
Quella mattina tutto gli sembrava uguale ai mille giorni precedenti, sveglia alle 4 del mattino, freddo tra le dita della mano serrate al manubrio del suo scooter, solito lavoro, solita routine di azioni per fare sempre lo stesso pane; ma erano solo delle impressioni, perchè sapeva che le forme del pane che impastava non erano mai uguali a quelle precedenti o a quelle successive. Quella piccola certezza sul irripetibilità dei piccoli fatti quotidiani lo aiutava a vivere meglio, o perlomeno ad affrontare con un sorriso diverso ciascuna giornata.
Erano già passate 6 ore, ma incredibilmente Stefan s’innamorò, era cotto, più del pane che usualmente infornava, perdutamente perso, avvolto dal profumo dolce di gelsomino emanato da quei mossi capelli castani, da quel simpatico naso alla francese e da quelle labbra color rosa pallido.
< potrei avere un pò di focaccia bianca?>
< certo signorina, lei qui può avere tutto quello che desidera>
Non aveva mai osato così tanto Stefan con una sua cliente, a pensarci bene mai con nessun’altra donna, ma ciò non lo imbarazzava, anzi quel volto dall’altra parte del bancone lo rassicurava.
La situazione sembrava si fosse fermata, sembrò che quel momento fosse durato un’esistenza, come se il tempo si fosse messo a completa disposizione di Stefan e Alice; avrebbe voluto chiederle come si chiamasse, se voleva uscire con lui, sposarlo e avere figli, o partire per un viaggio lontano e non tornare mai più, fare l’amore ogni notte prima di dormire e ogni mattina appena svegli… voleva chiederle tante cose, d’altronde lei sapeva già il suo nome per quella stupida etichetta ricamata sul suo grembiule e invece lui non sapeva nemmeno come chiamare quella creatura che tanto lo rassicurava.
Quando Stefan si risvegliò dal suo sogno ad occhi aperti Alice era già alla cassa e in meno di 10 secondi gli aveva già voltato le spalle, aveva abbandonato il forno lasciando oscillante la tenda sull’uscio.
Erano tante le possibilità che poteva scegliere Stefan, correrle dietro ad esempio, ma il forno lo informò che il pane era pronto, così la sua corsa verso l’amore della sua vita si trasformò nella semplice corsa della sua vita, quella fatta di sveglie, pane e irripetibili piccoli fatti quotidiani.
Alice mise un pò da parte quella sua ridicola timidezza e si alzò da letto.
Erano appena passate due ore e Alice era tremendamente scesa da quella nuvola rosa, l’uomo per cui aveva preso coraggio, l’uomo dalla mani infarinate, non era li dove l’aveva conquistata.
< scusi il ragazzo, Stefan, quello che ieri mattina fino alle 15 era qui oggi non c’è?>
Alice smarrita chiese alla vecchia signora alla cassa.
< Stefan, no oggi non c’è, non ci sarà nemmeno domani, né dopodomani e per quanto mi riguarda meglio che non ritorna più, quel disgraziato ha perso la testa, se ne è andato via così, senza preavviso, come se fosse facile in un giorno trovare qualcun altro che sappia fare il pane, le pare che il pane si fa da solo? lo abbiamo trattato come un figlio in questi 4 anni e questo è il ringrazio, mio marito me lo diceva che non gli sembrava tanto normale, ma vatti a fidare…>
< ma sa per caso dove posso trovarlo? avrà una casa, può dirmi il suo cognome? sa perchè sia andato via?>
< si chiama Stefan Viani, ma non so dove abiti, ne tantomeno penso che lo troverà a casa, era di partenza questa mattina è passato con una valigia, era in partenza, farneticava di un viaggio lontano, blaterava di fatti che non si ripetono e che il migliore lo aveva appena perso, in realtà sembrava un pazzo, valli a capire sti giovani d’oggi, adesso signorina mi lasci lavorare che già oggi la giornata è cominciata bene>
Ecco cosa le era rimasto di quel sorriso, di quegli occhi e di quel neo sotto la palpebra, un ricordo che già era sbiadito, un corpo che era già lontano e un nome pronunciato da una voce sgradevole di una vecchia; Alice irrimediabilmente torno quella di prima, i giorni le cominciarono a sembrare tutti uguali e ciascuno uomo, ciascun sorriso che le si presentava davanti ai suoi timidi occhi era solo un irripetibile fatto quotidiano che presto avrebbe perso e mai più l’avrebbe recuperato.